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Ipertensione e morbo di Parkinson: una ricerca italo-britannica fa luce su questa stretta correlazione

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Nel mondo scientifico da tempo è stato messo in evidenza lo stretto legame esistente tra l'ipertensione e l'insorgenza di una malattia neurodegenerativa quale il morbo di Parkinson: tuttavia, solo negli ultimi anni si è cominciata a indagare la suddetta correlazione tra le due patologie al fine di approntare delle strategie terapeutiche per i pazienti parkinsoniani. Anche per questo motivo, è stata accolta con favore una nuova ricerca condotta da un team italo-britannico e i cui risultati sono stati resi noti nel corso del Terzo Congresso della EAN (European Academy of Neurology), tenutosi ad Amsterdam dal 24 al 27 giugno.

I RISULTATI DELLO STUDIO - Infatti, nel corso del Congresso uno dei momenti più rilevanti è stato l'intervento del dottor Beniamino Giordano e nel quale è stato illustrato come il morbo legato alla storica figura di James Parkinson si manifesti in forme più acute nei pazienti che soffrono di ipertensione. Giordano, attualmente in servizio nel "Neurodegeneration Imaging Group" presso il King's College di Londra, ha argomentato la sua tesi attraverso i dati forniti dalla "Parkinson's Progression Markers Initiative", spiegando che i "marcatori" della malattia e altri parametri di riferimento (neurologici, motori e anche lo stato dopaminergico) cambiano a seconda che il soggetto preso in considerazione sia normoteso o meno

LA CORRELAZIONE CON LE SINTOMATOLOGIE MOTORIE - Lo studio italo-britannico potrebbe essere utilizzato in futuro come punto di partenza per fare luce sul meccanismo che porta le due patologie ad essere così strettamente correlate. La speranza dei ricercatori è che, migliorando i valori pressori dei pazienti ipertesi, si possa anche ridurre sensibilmente la possibilità di contrarre il morbo di Parkinson: secondo lo stesso Beniamino Giordano, la ricerca mostra inoltre come siano soprattutto i pazienti ipertesi a denotare un preoccupante rallentamento della propria attività motoria e delle funzioni dei gangli della base contenuti nell'encefalo. 

"Ad ogni modo si tratta solo di un primo passo in questa direzione" ha spiegato il ricercatore italiano, "ma la speranza è che il nostro studio possa un giorno chiarire meglio quale sia l'eventuale ruolo dei farmaci antipertensivi nell'evoluzione del Parkinson stesso".

UN FATTORE DI PREVENZIONE: LA LOTTA ALL'IPERTENSIONE - In base a dei dati forniti dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), proprio l'ipertensione è uno dei fattori di rischio più rilevanti quando si parla non solo di morbo di Parkinson ma anche di patologie che interessano il cuore e l'apparato circolatorio. Solamente una strategia di tipo preventivo e il monitoraggio costante della pressione arteriosa nelle cosiddette situazioni precliniche riduce il rischio di incorrere in una malattia neurodegenerativa. Infatti, sono gli elevati livelli di pressione arteriosa nei pazienti adulti a favorire anche l'insorgenza della malattia di Alzheimer: dunque, non sottovalutare tale fattore di rischio e non sottostimare il suo impatto sulla salute del cervello aiuta a migliorare la prevenzione di tutte le diverse forme di demenza che si sviluppano nella terza età.


 
 
 
 

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